Esprimo tutta la mia preoccupazione per la deriva governista e le pulsioni miglioriste che animano le scelte (in)politiche della classe dirigente del Partito della Rifondazione Comunista. Sono un militante del Prc, ormai, di lungo corso e mi sento in diritto ed in dovere di protestare con forza per quello che considero un tentativo di liquidazione dell’autonomia e dell’esperienza comunista, mosso da “destra”, benché nominato “sinistra”.
All’origine di questo processo liquidatorio si colloca l’assunzione di un paradigma politico borghese, che abolisce una prospettiva rivoluzionaria e di classe, prospettiva che ha animato e contrassegnato l’avanzata del proletariato internazionale e nazionale nella conquista di diritti e libertà sociali e civili. Questo paradigma può essere definito per semplificazione “bertinottismo”, ma in verità è espressione di un processo più complesso ed in molti casi eterodiretto, che ha come obbiettivo lo smantellamento delle organizzazioni rivoluzionarie e di classe e l’imposizione alle classi subalterne del pensiero unico, dell’ideologia dominante, del punto di vista del nemico di classe. Così, quella che la classe dirigente del Prc ha definito impropriamente autocritica (guarda caso riferita ad altri!), ha significato l’assunzione graduale della critica borghese e reazionaria al socialismo storico, alle rivoluzioni proletarie ed alla resistenza dei popoli oppressi contro i loro oppressori.
Tale processo è stato mistificato tramite la costruzione di categorie – affatto nuove – del tutto astratte e sostanzialmente fragili (come quella della non-violenza) che, contrapposte ai principi del marxismo-leninismo, hanno condotto il Partito ad una mutazione genetica caratterizzata da analisi politiche strampalate, tatticismo ed avventurismo esasperati, prese di posizione schizofreniche, carrierismo crescente e perdita costante di elettori ed iscritti – equilibrata da un turn-over patologico -. La presunzione velleitaria di trasformare le categorie formali ha malcelato un’inadeguatezza sostanziale della classe dirigente del Partito nella costruzione di una strategia politica realmente d’alternativa.
La deriva governista di Rifondazione Comunista è la logica conseguenza di una mancata autocritica della classe dirigente in merito al fallimento delle tesi bertinottiane, prevedibile e previsto dai sostenitori dei documenti alternativi al congresso di Venezia. Il governo di cui facciamo parte è impresentabile, e sono gravi ed imperdonabili le posizioni assunte dai dirigenti del Partito in sostegno a politiche che si determinano in continuità al governo Berlusconi ed agli altri governi liberisti - del solito centrosinistra - che lo hanno preceduto.
Non si può perdonare, né tantomeno condividere, l’adesione alla guerra imperialista e criminale contro il popolo afghano – aggravata dall’ignobile minaccia di espulsione dal Partito a carico dei parlamentari pacifisti - e l’astensione in sede di consiglio dei ministri sulla conferma della legge 30 – che con il pacchetto Treu condanna i giovani lavoratori alla precarietà – e sulla riforma antipopolare delle pensioni. E questi sono solo due esempi, i più significativi, di un’esperienza di governo fallimentare per il Prc e di una realtà dei fatti completamente avversa alla narrazione confusa che ne viene offerta.
La decisione di procedere a tappe forzate, con i dirigenti di Pdci, Verdi e Sinistra democratica, alla realizzazione di un nuovo soggetto politico federato, che superi il progetto della rifondazione comunista, rappresenta un ulteriore corollario della suddetta strategia fallimentare, nonché un colpo di mano antidemocratico che annulla l’autonomia del partito e la partecipazione democratica nella dialettica interna allo stesso. La scelta di formule plebiscitarie e l’evocazione di un movimento soffocato dallo stesse pratiche governiste, rappresentano gli strumenti per nascondere la vera natura di questa operazione, che consiste in una sommatoria di ceto politico privo di strategia ed indebolito dagli sbagli accumulati in dieci anni di fratture repentine e ricongiunzioni affrettate.
La manifestazione del 20 ottobre, sotto questo punto di vista emblematica, ha dimostrato come la realtà di quella che definiamo sinistra sia potenzialmente migliore dei suoi rappresentanti. In quella piazza si è palesata l’attuale inconciliabilità tra posizioni riformiste di matrice socialdemocratica ed il bisogno concreto di rilanciare una nuova stagione di opposizione e lotte sociali, nonché la necessità di procedere alla costruzione di una soggettività politica unitaria che di questa stagione ne sia la reale traduzione organizzativa.
Per queste ragioni sono convinto che se il governo Prodi e la maggioranza non accettassero, in sede di verifica programmatica, una concreta svolta politica in tema di politica estera e di diritti sociali e civili, sia inevitabile, urgente, necessario e salutare agire la crisi da sinistra. Inoltre ci si deve opporre con forza alla liquidazione del progetto e del simbolo di Rifondazione Comunista, anche e soprattutto nelle forme più gradualistiche. Al contrario è necessario costruire subito un partito comunista unitario, autonomo ed alternativo al Pd, che sappia porsi come punto di riferimento e forza motrice di una vasta e plurale aggregazione confederativa della sinistra sociale ed ambientalista e sia in grado di progettare una via al socialismo nel presente e per il futuro, senza bisogno di giochi di parole.
Infine bisogna diffidare la classe dirigente del Partito a compiere accelerazioni politiciste e colpi di mano, affinché il congresso che è alle porte sia realmente sovrano ed i militanti del partito siano messi in condizione, mediante la realizzazione di proposte chiare ed inequivocabili, di scegliere il proprio avvenire.